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9 aprile 2026

Dal Lago di Garda a Tokyo, passando per Auckland: developer, manager, e curioso di professione

Francesco Pretelli

Dal lago di Garda alla Nuova Zelanda, poi il Giappone: quindici anni di sfide sempre più difficili per capire meglio il mondo e me stesso.

Dal Lago di Garda a Tokyo, passando per Auckland: developer, manager, e curioso di professione

Chi sono e dove sono finito

Appassionato di tecnologia da sempre, sviluppatore diventato Engineering Manager nel tempo. Quando non lavoro mi trovi a giocare ai videogiochi, a seguire la F1, esplorare progetti personali o a leggere di scienza, comportamento umano e tutto ciò che mi aiuta a capire meglio la vita e le persone. Ho cominciato la mia carriera sul Lago di Garda, in una delle zone più belle d’Italia, sapendo già che era una tappa e non una destinazione. L’Italia mi stava un po’ stretta: non per cattiveria, ma perché sentivo che c’era un mondo intero che non avevo ancora visto, e una tecnologia che si muoveva più veloce di quanto il contesto intorno a me sembrasse permettere. Così sono partito per la Nuova Zelanda, il più lontano possibile, per poi, dopo una decina d’anni, ricominciare ancora da capo in Giappone. Due mondi opposti tra loro e opposti all’Italia, ma entrambi tra i migliori investimenti della mia vita.

Com’è successo

Avevo l’ambizione di partire, ma sapevo che per farlo con le gambe solide avevo bisogno di un curriculum che mi permettesse di trovare lavoro come sviluppatore all’estero. Ho costruito quella base in Italia, e quando ho sentito che il momento era arrivato, ho lasciato il lavoro e sono partito. La destinazione? La Nuova Zelanda. Non volevo qualcosa di vicino, non volevo avere la via d’uscita facile. Più lontano andavo, meno sarei stato tentato di tornare al primo momento difficile: e sapevo che i momenti difficili ci sarebbero stati.

È stato un capitolo incredibile. Ho trovato lavoro, ho conosciuto mia moglie, e abbiamo avuto una figlia splendida. Una decina d’anni passati a crescere professionalmente e personalmente in un paese che funziona in modo radicalmente diverso dall’Italia.

Poi è arrivato il COVID. Mia moglie e mia figlia erano in Giappone, io in Nuova Zelanda, e le frontiere erano chiuse. Dopo quasi un anno e mezzo di separazione forzata, ho deciso di trovare lavoro in Giappone e ricominciare ancora da capo. Come nei videogiochi: ogni nuovo livello ha una difficoltà più alta. Non si torna indietro. Comunque, trovare lavoro in Giappone durante il lockdown non era facile, ma era l’unica scelta che aveva senso.

Cosa ho trovato e cosa non ho trovato

Ho trovato mondi completamente diversi dall’Italia: culture quasi opposte tra loro e alla mia. E soprattutto ho trovato nuovi modi di vedere il mondo, la natura selvaggia e incontaminata della Nuova Zelanda da un lato, il caos ordinato e affascinante di Tokyo dall’altro. Due estremi che mi hanno allargato la mente in modo che nessun libro avrebbe potuto fare da solo.

Ho trovato amici con storie simili alla mia, provenienti da ogni parte del mondo, persone che hanno scelto di spostarsi e costruire qualcosa altrove. Ho trovato sfide che non puoi ignorare e problemi che non puoi delegare alla famiglia: ti metti alla prova per davvero. Ho trovato stimoli, curiosità, gioia di vivere.

Quello che non ho trovato? Un cappuccino decente a prezzo decente. Né un cornetto degno di questo nome. Alcune cose sono semplicemente italiane e basta.

Cosa ho imparato che non avrei imparato restando

Ho imparato che la comunicazione è la cosa più importante in qualsiasi contesto: nella carriera, nelle relazioni, ovunque. Non è un’ovvietà: è qualcosa che si impara davvero solo quando sei costretto a comunicare in lingue e culture diverse, quando non puoi assumere che l’altro capirà automaticamente cosa vuoi dire.

Ho imparato a non aver paura di sbagliare. Gli errori non sono fallimenti, sono parte del processo. Soprattutto quando debuggi un bug in produzione: la paura iniziale lascia spazio alla curiosità di capire cosa è andato storto, e arriviamo alla soluzione più velocemente di qualsiasi altra strada. Ho imparato che dare colpa agli altri è tempo sprecato. E ho imparato a non presumere di essere la persona più intelligente nella stanza: anzi, lavorare con persone più capaci di me è stata la cosa più formativa che potessi fare.

Non ci sono scorciatoie. I nodi vengono sempre al pettine, in qualsiasi paese ti trovi. E finché non lo accetti, continuerai a cercare scorciatoie invece di costruire.

Italia: da lontano

Da lontano, l’Italia sembra molto più bella di quanto la percepivo quando ci vivevo. Avendo vissuto di persona altre realtà, posso dire onestamente che molte delle cose di cui si lamentano gli italiani, viste dal di fuori, sono meglio di quanto sembri. La vita italiana, con tutti i suoi difetti, ha una qualità che non è scontata.

Ma vedo anche i problemi con più chiarezza: strutture aziendali ferme agli anni ‘90, modelli di gestione che non sono cambiati da decenni, una certa resistenza all’innovazione che è un peccato perché il talento c’è, eccome. Cervelli Fuggiti per me è un’occasione concreta per portare in Italia conoscenze ed esperienze maturate altrove, non per insegnare, ma per stimolare un cambiamento che so essere possibile. Voglio far parte di quel cambiamento.

Cosa direi a chi sta valutando di partire

Non dare per scontato che partendo i tuoi problemi spariranno, o che troverai qualcosa di meglio per il semplice fatto di essere altrove. Ogni posto ha i suoi pro e i suoi contro. Se parti solo perché pensi che fuori dall’Italia si stia meglio o si guadagni di più, non è abbastanza: è una motivazione fragile che si rompe e ti ritrovi a rimpiangere la decisione dopo sei mesi.

Ma partire per fare esperienza, soprattutto da giovani? È una delle cose più importanti che si possano fare. Imparare altre culture, usanze, lingue, modi di lavorare: ti cambia in modo permanente e in meglio. Studiare all’estero, lavorare all’estero anche solo per qualche anno sono esperienze che tornano utili per tutta la vita, qualunque cosa tu decida di fare dopo.

Valuta bene il perché vuoi partire. Se il perché è solido, vai.

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